Gender pay gap

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E’ uscito la scorsa stagione nelle sale cinematografiche italiane “We Want sex”, un film che racconta una grande lotta femminile per la parità: lo sciopero delle operaie della Ford di Dagenham nel Regno Unito nel 1968.

A sostenere con grinta e tenacia la protagonista e le sue colleghe ci sono la moglie di un dirigente Ford e il ministro Barbara Castle, che si oppose con determinazione alle minacce dell’azienda di delocalizzare la produzione.
La determinazione di queste donne di fronte all’evidenza dei loro diritti sociali le portò ad ottenere un innalzamento della paga al 92% dello stipendio maschile fino ad arrivare, un paio d’anni dopo (1970), all’emanazione dell’Equal Pay Act, la legge diventata modello per tutte le normative europee sull’equità salariale.
Sono passati più di 40 anni da quella svolta storica ma il fenomeno del “gender pay gap”, il divario di retribuzione tra donne e uomini, è ancora un problema e raggiunge cifre non confortanti.

Analizzando i dati forniti da Eurostat, a livello europeo il differenziale salariale grezzo è del 18% e in continua crescita.
Prima di entrare nel merito dei numeri, però, è necessario fare una precisazione di metodo.
Calcolando la differenza tra il salario orario medio degli uomini e quello delle donne si ottiene una misurazione espressa in termini di percentuale del salario orario maschile: il differenziale salariale grezzo. Questa misura, però, ha il limite di non considerare le caratteristiche individuali (età, livello d’istruzione) e le tipologie di occupazione con le loro specifiche differenze di remunerazione. Spesso, infatti, le donne occupano posizioni in settori che di norma sono meno retribuiti (insegnamento, assistenza sanitaria…), scelgono professioni part time e sono meno disponibili, a causa delle responsabilità familiari, a fare straordinario. Inoltre le interruzioni di carriera dovute alle maternità, i consueti pregiudizi e le discriminazioni dirette completano il quadro.
Di fatto, però, se consideriamo il reddito lordo annuo, le donne percepiscono tra il 50% e il 70% di ciò che guadagnano gli uomini.
Vien da sé che, in senso assoluto, il lavoro svolto dalle donne è valutato meno rispetto al lavoro svolto dagli uomini.

L’Italia è il paese europeo dove la differenza di salario tra uomini e donne è la più bassa, il 4,9%. In Germania supera il 23%, in Francia è al 19% e nel Regno Unito oltre il 21%.
Un risultato, per noi italiane, apparentemente confortante ma purtroppo, questa misurazione già approssimativa, non tiene neanche in considerazione che il livello di istruzione, l’esperienza lavorativa e l’anzianità non sono correlate alle fasce salariali e inoltre, questo differenziale viene calcolato solo sulle persone occupate, in un paese in cui il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi in assoluto nell’Unione Europea.
Il problema quindi è molto più complesso e strettamente vincolato alla spinosa questione delle pari opportunità.
Lasciatevi sedurre da queste immagini incisive che raccontano, con un pizzico di amara ironia, gli ostacoli che le donne devono affrontare quotidianamente.
E adesso ritorniamo ai tristi numeri: il Global Gender World Report 2010 del World Economic Forum dimostra che l’Italia è scesa dal 72° al 74° posto in materia di pari opportunità tra uomini e donne.

L’Italia continua a essere uno dei paesi dell’UE più bassi in graduatoria e peggiora di anno in anno (Global Gender World Report pag 170-171)

Preso atto di questa realtà è necessario più che mai passare alle proposte concrete di cambiamento.

Per quanto ci riguarda, la Costituzione italiana garantisce la parità salariale e nel febbraio del 2010 è entrato in vigore in Italia un decreto legislativo relativo al principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego.

A livello europeo, come specificato nel Comunicato Stampa Gender Pay GAP in UE, la Commissione Europea, nel suo proposito di promuovere il diritto all’uguaglianza salariale, ha promosso una campagna informativa a riguardo e ha presentato una nuova strategia in materia di pari opportunità per il periodo 2010-2015.

Il divario salariale è una realtà che ha forti ripercussioni sulla struttura della nostra società.

Le donne, limitate nelle loro carriere dalla gestione del ménage familiare a causa di strutture di tutela scarse e di pregiudizi paralizzanti, richiedono a gran voce alle aziende un supporto in termini di politiche del personale, precise sanzioni in caso di violazione del diritto di parità di retribuzione, strutture flessibili, strumenti di valutazione della disparità e, a livello politico, una maggiore sensibilizzazione dell’opinione pubblica attraverso iniziative culturali a tema come l’Equal Pay day.

L’Equal Pay Day è stato organizzato dalla BPW (Business and Professionale Women) e si propone di valorizzare concretamente il potenziale professionale, di business e leadership delle donne a tutti i livelli attraverso programmi di empowerment, sostegno, consulenza, networking e skill building.

Il prossimo Equal pay day sarà il 12 Aprile 2011. Segnatelo sul Calendar!

Sarà un’occasione per rivendicare, con dignità e distinzione, un nostro diritto iscritto nella storia dell’umanità.
Noi donne ci racconteremo, ci confronteremo e sfileremo sfoggiando una borsa rossa, a simboleggiare il colore dei nostri conti.

Ma oltre a sfilare, attraverso il web potremo promuovere attivamente la cultura della parità dei diritti e il valore del genere.
Tra Social Network, blog e forum, ciascuna di noi può dare un contributo alla generazione e alla diffusione di idee sulla valorizzazione delle competenze delle donne e sulla lotta agli stereotipi.
Insomma, possiamo essere parte attiva nella creazione di una società più equa.
Le cose possono cambiare! Ora lo sappiamo e abbiamo gli strumenti per farlo.

Paola Santoro

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