Sostenibilità: un nuovo modello di impresa al femminile

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“Più riusciamo a focalizzare la nostra attenzione sulle meraviglie e le realtà dell’universo attorno a noi, meno dovremmo trovare gusto nel distruggerlo”
Rachel Carson

Tra le giovani generazioni di industriali si sta diffondendo lentamente la cultura imprenditoriale orientata alla sostenibilità.
Al di là delle aziende propriamente green,  è ormai sempre più evidente l’urgenza di una riconversione economica verso il valore globale della sostenibilità inteso non solo come miglioramento ambientale, ma anche sociale ed istituzionale.

Ad oggi il mondo delle rinnovabili è prevalentemente maschile perchè richiede figure tecniche che, come abbiamo già più volte ripetuto, è legato al basso numero di donne laureate in materie scientifiche. Sappiamo, però, che il panorama sta cambiando.
Secondo gli ultimi dati ISFOL, non solo si individua un trend crescente per gli occupati nel settore ambientale del +41%, ma a caratterizzare maggiormente il dato è la connotazione di genere: la componente femminile passa dal 12,7% del 1993 al 25,5% del 2008. Questo è sicuramente un dato interessante che determina il cambiamento di prospettiva nei confronti della salvaguardia dell’ambiente.

Sul territorio italano cominciano a nascere piccole e importanti realtà imprenditoriali sostenibili, soprattutto femminili.
Silvia Palladini, da dipendente di industria chimica è diventata un’imprenditrice green e ha fondato una piccola azienda di detergenza ecologica, la Bensos.
L’avventura di Simona Limentani e Ghila Debenedetti valorizza l’agricoltura a km 0 attraverso  Zolle, piccola ma innovativa realtà agricola. In ambito editoriale, incontriamo il progetto Greenme , magazine di lifestyle sostenibile, fondato e diretto da Simona Falsca che ha una redazione prevalentemente femminile.

I primi investimenti che le aziende compiono riguardano l’utilizzo di energia rinnovabile, materie prime naturali, tecnologie a bassa emissione di Co2 e l’adozione di soluzioni di risparmio enegetico e controllo e monitoraggio dei consumi.
Tuttavia il passo decisivo che, soprattutto nel nostro paese si stenta a compiere, è un radicale cambiamento di mentalità.

Uno  studio condotto da Accenture, in collaborazione con le Nazioni Unite, mette in evidenza la posizione di difficoltà in cui si trovano i CEO nel dettare linee guida ecosostenbili che hanno necessariamente prospettive a lungo termine in contrasto con l’urgenza di riscontri finanziari a breve termine. Ad oggi non esiste alcun metodo di valutazione standard che possa dare una previsione dei risultati per stimare gli investimenti in sostenibilità. Ecco perchè le aziende dovrebbero ripensare un ruolo più attivo nell’elaborazione  delle competenze per una leadership ecosostenibile che sappia stabilire alleanze con le amministrazioni, le istituzioni e le università per creare nuove figure professionali e dare uno scossone all’incertezza politica e normativa.
La politica infatti è ancora molto lontana dalla valutazione reale degli scenari futuri che coinvolgono il pianeta in tutti i suoi aspetti, compresa la recente crisi economica.
Il Green New Deal, la rivoluzione verde promossa da Monica Frassoni, co-presidente del Partito Verde Europeo, può rappresentare una via per superare lo stallo finanziario degli ultimi anni.
Catia Bastioli di Novamont in questa recente intervista sottolinea cheSi tratta di favorire una transizione da un’economia di prodotto a un’economia di sistema [...] che deve coinvolgere l’intera società, a partire dalla valorizzazione del territorio e dalla attitudine collaborativa tra i diversi interlocutori in gioco”.
Essenziale per questa transizione verso una nuova era sarà il cambiamento concettuale da attribuire al valore e alla valutazione aziendale in termini di rischi e benefici.
Nel suo intervento (che vi consiglio di seguire per intero) dello scorso anno alla prima TEDWomen Conference, Naomi Kleine presenta un’analisi precisa sulla forte propensione al rischio delle iniziative economiche imprenditoriali che si basano sull’errato principio dell’inesauribilità di Madre Natura e non prendono in considerazione la possibilità del fallimento. E sottolinea come la propensione al rischio sia una caratterstica tipica degli investitori uomini, mentre le donne imprenditrici sono più propense a rinnovare le loro aziende e a traghettarle verso scelte di sviluppo sostenibile secondo la loglica del “è meglio sbagliare per eccesso di precauzione piuttosto che di rischio”. E in ambito green questo acquisisce un significato ancora più pregnante perchè i danni possono essere irreversibili e le recenti catastrofi ambientali ne sono la testimonianza.

E’ importante che le aziende comprendano che le opportunità dello sviluppo sostenibile non sono in contrasto con le opportunità di crescita economica, ma al contrario, se sapientemente gestite, ne possono aumentare considerevolmente il valore.
Ma prima di tutto l’idea di sviluppo sostenibile deve radicarsi in uno stile di vita di condivisione del sentimento di impresa collettiva e di responsabilità personale nelle piccole e grandi azioni quotidiane. Di questo ne ho parlato anche recentemente al Forum delle Comunicazione a Roma.

Sono davvero tante le piccole e grandi imprese sostenibili femminili sparse per il territorio italiano e ci piacerebbe farle conoscere attraverso il nostro blog.
Segnalateci le vostre storie di imprenditirci o le realtà che avete incontrato. Mettere in contatto le donne è quello che più ci piace.

Suggerimenti di lettura:
Francesca SantoliniPassione verde. La sfida ecologista alla politica, Marsillio
Valentina Castellani
e Serena Sala, Atlante dell’ecoinnovazione, Franco Angeli

Paola Santoro

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Categoria: Articoli

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