Monica Randi, una lunghissima esperienza editoriale in Feltrinelli e poi al Saggiatore come editor di narrativa straniera. Una passione profonda per il suo lavoro e per gli aspetti di scouting e ricerca. Poi, nel 2010 la decisione di aprire una sua casa editrice, Astoria, specializzata in narrativa femminile, soprattutto di lingua anglosassone ma con puntate anche nella letteratura francese. Una decisone non facile né scontata visto il non proprio fiorente mercato editoriale italiano. Ma Monica ha deciso di proseguire mettendo a frutto una decennale esperienza e un desiderio di costruire qualcosa di nicchia e di qualità.

Ciao Monica, ci dici, per cominciare, da dove arriva il nome della tua casa editrice?
Astoria era il nome di un piccolissimo albergo di Francoforte in cui si trovavano donne di diverse provenienze per scambiarsi opinioni sulla fiera del libro di quella città. E mi piaceva l’idea di creare qualcosa che fosse un luogo di scambio e di opinione.
Come ti è venuta l’idea di aprire una casa editrice, decisione non facile direi.
Guarda, potrei darti una risposta poetica ma preferisco essere molto pragmatica: ad un certo punto, attorno ai cinquant’anni, dovevo decidere cosa fare della mia vita; o mi mettevo in “pensione” o cercavo di inventarmi qualcosa. Dopo anni come dipendente e consulente in grandi case editrici, ho cominciato a non sopportare più il fatto che ad assumere un ruolo sempre più predominante fossero dei funzionari più che degli editori. Vedevo sempre più presente il rischio di un appiattimento del lavoro su criteri più commerciali che editoriali. Io invece non volevo soffocare la passione che continuavo a sentire per la narrativa straniera, la voglia e il piacere di scoprire autori mai tradotti o pubblicati decenni fa. Mi sembrava che la realtà fosse già abbastanza brutta di per sé senza bisogno di rendere brutta anche la letteratura. Così ho pensato di andare avanti da sola. Ho fatto un po’ di ricerche, un po’ di considerazioni e sono arrivata alla decisione che un certo tipo di narrativa femminile poteva regalare grandi soddisfazioni sia in termini qualitativi sia in termini di mercato. E così è nata Astoria.
Cosa pensi che abbia messo in gioco di te, a livello personale questa avventura?
Tantissimo direi. Credo di avere imparato anche, diciamo così, a “sporcarmi” le mani con aspetti lavorativi che non conoscevo assolutamente. Tanto per fare un esempio, la parte amministrativa e finanziaria, i rapporti con le banche, le difficoltà pratiche, erano tutte cose che non avevo mai avuto la necessità di affrontare. Insomma si impara a confrontarsi con tante cose, tanti aspetti dell’attività che, quando sei dipendente puoi permetterti il lusso di non considerare.
Pensi ci sia una sorta di filo rosso nel modo di fare impresa femminile?
Non conosco molte donne imprenditrici a dire il vero. Però credo sia qualcosa che non dipende dal genere ma dalla storia personale di ciascuno, dalle esperienze e culture da cui si proviene. Se proprio devo rintracciare caratteristiche femminili mi viene da pensare ad una maggiore propensione alle sfumature, ai dettagli, all’attenzione a più cose insieme. È forse la solita storia di un’abitudine atavica a dover lottare su più fronti. E questo credo sia anche il motivo per cui c’è una certa elasticità anche nei confronti degli imprevisti. Non so dirti se queste caratteristiche siano positive o negative, non voglio dare un giudizio di valore. Forse, in alcuni momenti, invidio un po’ la capacità maschile di concentrarsi su una cosa sola e analizzarla in tutti i suoi aspetti.
Cos’è il tempo per te adesso, dal punto di vista lavorativo?
Direi che non c’è una netta separazione tra tempo di lavoro e tempo di vita; ho la fortuna di fare un lavoro bellissimo e leggere cose nuove capita di farlo in qualunque momento. Anche quando ero dipendente devo dire che non ho mai lavorato con l’orologio in mano e succedeva che uscissi dalla redazione anche tardi. L’unica cosa su cui non transigevo erano le sei settimane di vacanza concentrate in un unico momento. Ora non è più così. Vado via quando e se è possibile e il confine tra vita e lavoro editoriale è molto più labile. Sia chiaro che i miei spazi me li prendo eccome, ma c’è meno la sensazione di una netta separazione. E se capita di non poter uscire dalla redazione prima delle otto e mezza, nove di sera, non mi pesa assolutamente perché quello che faccio mi piace davvero tantissimo.
Hai mai avuto ripensamenti?
No, ma forse solo perché è ancora da troppo poco tempo che mi sono buttata in questa avventura. Certo ci sono momenti di fatica, di stanchezza. Anche perché questa è una struttura direi quasi artigianale, in cui praticamente seguo tutto, tranne l’ufficio stampa. E può accadere che ci siano momenti più complicati di altri. Giusto un paio di settimane fa si sono accavallate tante cose e allora ho dovuto staccare per tre, quattro giorni e sono scappata al mare. Ma non direi che si tratta di ripensamenti.
Pensi che nella tua scelta ci sia più incoscienza o più coraggio?
Non c’è una netta separazione tra le due cose, entrambe ben presenti. Aprire una casa editrice senza avere le disponibilità economiche per farlo può essere incosciente. Però ho avuto la lucidità per capire che, proprio per questo, avrei dovuto lavorare in un certo modo: contenere le spese, evitare di promettere anticipi sopra le righe. Insomma ci è voluta, e c’è stata, anche una buona dose di senso pratico e piedi per terra. Comunque ti ripeto, la mia è stata anche una decisione molto prosaica e molto semplicemente legata al fatto che qualcosa dovevo pur fare. Non mi considero particolarmente coraggiosa.
C’è qualcosa in particolare che la tua esperienza precedente, ti ha insegnato?
Direi di sicuro la costanza e una certa tendenza a non demordere quando ritengo che un autore meriti la pubblicazione. Non mollavo mai la presa a costo di lunghe ed estenuanti discussioni e litigate. Di solito non recedevo di un passo e di solito mi andava bene. Ricordo le discussioni, quando ero in Feltrinelli, per convincere Carlo Feltrinelli a pubblicare Kertesz. Non ne voleva sapere e allora ore e ore di parole. Alla fine ho vinto io e direi anche la casa editrice visto che, Kertesz, nel 2002 ha vinto il premio Nobel per la letteratura.






