Mara Cirillo, giovane comasca, dopo qualche anno di lavoro dipendente nelle pubbliche relazioni apre la sua Whitenote, con cui è diventata una wedding planner. Mara con la sua impresa è riuscita a conciliare il suo ruolo di imprenditrice e mamma. Spesso connessa alla rete per seguire il sito della sua società è altrettanto impegnata, in prima persona, nei lavori manuali di cui si compone un’attività come la sua. La nostra intervista infatti avviene mentre Mara è impegnata a confezionare bomboniere. Questo è un periodo di grande lavoro per lei che fa dell’attenzione ai dettagli anche minimi, il punto di forza del servizio che offre.

Cosa faceva prima di iniziare questa sua avventura in proprio?
Ho iniziato a lavorare part time già durante gli anni dell’università. Poi, dopo la laurea, ho iniziato una collaborazione, poi diventata assunzione, con una società che si occupava di organizzazione di eventi. Si lavorava per progetti e non sempre era facile coordinare il lavoro delle persone. Ogni testa aveva le sue idee e trovare punti di accordo non era sempre facile.
Qual è stata la spinta a mettersi in gioco in prima persona?
Forse proprio questo aspetto: a volte era tutto un po’ confusionario, dispersivo. Spesso avevo la sensazione che concretizzare le varie proposte, coordinarle e farle diventare operative fosse una missione impossibile. Così ho cominciato a pensare se non fosse arrivato il momento di provare a fare qualcosa per conto mio, di mettermi in gioco da sola, secondo i miei ritmi, secondo quelle che io avrei considerato priorità.
È stata una decisione difficile?
Direi di no. È stato tutto molto naturale, una conseguenza, mi viene da dire, logica del mio percorso professionale. Devo dire poi che, nel momento in cui ho preso la decisione di creare qualcosa di mio, abitavo ancora con i miei e non avevo una famiglia mia. In un certo senso avevo meno pressioni, sia in termini di responsabilità personali, sia in termini economici. Questo non significa che abbia agito in modo leggero. Anzi. Però ho potuto contare su una maggiore tranquillità. Diciamo che è stato uno stimolo in più per concentrarmi totalmente sul mio progetto.
Ha mai avuto ripensamenti?
Assolutamente no, anche per una mia predisposizione caratteriale a non lasciarmi distrarre da ripensamenti o tentennamenti. Sono stata, da subito, molto convinta della mia decisione, al punto tale da aver rifiutato proposte di lavoro dipendente molto allettanti. Sì, mentre iniziavo ad organizzare la mia impresa sono diventata sorda ad alcuni richiami di sirena che mi offrivano una notevole tranquillità economica. Ma credevo troppo nel mio progetto lavorativo.
Crede che l’avventura imprenditoriale l’abbia portata ad una scoperta di doti che non pensava di avere?
Devo dire che, oltre al lavoro, c’è stato il mio diventare, nel frattempo, mamma a mettermi in gioco totalmente. Imprenditrice in proprio e mamma di due bambine: sono state queste cose insieme ad insegnarmi che potevo, seppure con grandissima fatica, portare avanti entrambi questi ruoli. Diciamo che un evento personale come la maternità mi ha insegnato, anche nell’ambito lavorativo, l’importanza fondamentale della collaborazione, dell’impegno senza risparmio e della dedizione ad un progetto. Certo è stato tutto molto impegnativo ma è assolutamente stimolante, per il futuro, guardarmi indietro e dire a me stessa: “Però, questo sono riuscita a farlo io.” Posso dire che il mio percorso professionale e quello personale di donna camminano insieme. Anche perché mi piace evolvere a 360 gradi.
Secondo lei c’è un modo prettamente femminile nel gestire gli imprevisti?
Sì, c’è sicuramente. E credo dipenda dal fatto che noi donne, quasi sempre, dobbiamo combattere su più fronti. Culturalmente e storicamente siamo abituate a tenere d’occhio, contemporaneamente, più cose. E questo allena, volente o nolente, ad una certa elasticità. Forse gli uomini sono più bravi di noi nell’andare a fondo di un problema specifico, ma noi abbiamo, credo, una visuale più completa e complessa delle cose. E quando si deve dare attenzione a un insieme di cose credo che quasi ci si aspetti l’imprevisto e lo si accolga con più preparazione.
Quale pensa sia stato l’insegnamento maggiore della sua esperienza come dipendente?
Ah guardi io sono molto grata alla mia esperienza da dipendente. Dico sempre che è come se, in quegli anni, avessi fatto un master. La società per cui lavoravo organizzava anche matrimoni e, in quegli anni, il lavoro di wedding planner era una realtà molto poco italiana. All’estero si trattava di qualcosa di già consolidato ma da noi no. Quindi è stato assolutamente prezioso e fondamentale quel periodo di lavoro. Non solo a livello di bagaglio professionale ma proprio a livello di acquisizione di qualcosa che ancora non esisteva. Senza il mio lavoro di dipendente non avrei mai potuto dire: “Ecco adesso divento una wedding planner per conto mio.” semplicemente perché non avrei neanche avuto i termini per capire di che tipo di lavoro, davvero, si trattasse.
È importante saper delegare?
È essenziale. Io non ho dipendenti ma una rete di collaborazioni senza le quali non potrei fare nulla. È essenziale stabilire rapporti di fiducia nel tempo, imparare a capire e a conoscere il modo in cui lavorano coloro che collaborano con te. Capire a chi è meglio far fare cosa è un aspetto essenziale del mio lavoro. E, ancora una volta, devo ringraziare la scuola fatta negli anni da dipendente che mi hanno insegnato la gestione di un team e il gioco di squadra.
Pensa che ci sia una caratteristica comune nell’imprenditoria femminile?
D’istinto mi viene da dire la tenacia. Ma c’è anche qualcosa di più. Vede, di solito, dietro un’impresa femminile c’è un vero e proprio sogno, qualcosa che coinvolge a tutti i livelli. Questo dona una sorta di valore aggiunto rappresentato da un vero e proprio amore per il progetto a cui si sta lavorando. Di solito una donna ci crede davvero, se posso dire così. E questo è anche ciò che, spesso, può diventare un elemento di debolezza, perché rischia di far perdere un po’ il senso di concretezza. Intendo dire che anche se si sta realizzando qualcosa con il cuore non bisogna mai dimenticare che si sta parlando di lavoro, di qualcosa che deve funzionare. Insomma, i bilanci non si chiudono con il cuore, quindi ci vuole una continua attenzione anche agli aspetti finanziari e gestionali. Di certo, almeno per quello che ho visto io, nell’impresa femminile c’è una notevole fantasia, la tendenza a creare cose molto specifiche e attentissime ai dettagli.
Riferimenti: Whitenote